
A vent'anni, con gli studi a San Michele appena conclusi e il padre scomparso già nel 1976. Nel 1984 Elisabetta Foradori si trovò di fronte a una decisione che avrebbe segnato la sua vita. La tenuta Foradori, nel Campo Rotaliano, dove da secoli il fiume Noce trasporta a valle calcare, porfido e granito dalle Dolomiti, aveva bisogno di una guida. Lei rimase.
Ciò che seguì sfiora la ribellione: mentre tutta l'Italia virava sul Cabernet, lei puntò tutto su un vitigno quasi dimenticato – il Teroldego. Con una meticolosa selezione clonale lo riportò in vita. Oggi 25,5 ettari di vigneti sono certificati Demeter, l'80 per cento dei quali a Teroldego. I vini affinano nelle anfore di terracotta spagnole, le tinajas, e trovano la loro espressione attraverso frutto e mineralità.

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La salvatrice di un vitigno
Il Teroldego un tempo era così importante da essere servito durante il Concilio di Trento. Nel XX secolo rischiò di scomparire: le rese massicce ne avevano rovinato la reputazione. Elisabetta Foradori intuì il potenziale che dormiva nei vecchi cloni. Insieme all'Università di Milano e al centro di ricerca San Michele avviò una selezione massale durata anni. Il risultato: il Granato, vinificato dal 1986, è oggi considerato uno dei vini rossi più importanti d'Italia. Per 36 volte il Gambero Rosso gli ha conferito il suo massimo riconoscimento.

Terracotta invece della barrique
La scelta di rivolgersi alle anfore di terracotta spagnole nacque dalla consapevolezza che il legno sovrastava il Teroldego. Nelle tinajas, che per otto mesi lasciano respirare vino e mosto con le bucce, si sviluppa una dimensione che ricorda la vinificazione antica. I cru Morei e Sgarzon mostrano quanto diversamente possa esprimersi lo stesso terreno: Morei è segnato da sabbie alluvionali, Sgarzon da calcare dolomitico. Anche il Pinot Grigio finisce qui in anfora: il Fuoripista fermenta sulle bucce e acquista una profondità ramata che fa sembrare antiquate le versioni convenzionali.
Tre figli, una fattoria
Dal 2012 il figlio Emilio guida la vinificazione con una precisione che impone rispetto persino alla madre. Theo, che ha studiato fotogiornalismo e ha vissuto per anni negli Stati Uniti, si occupa della distribuzione. Myrtha gestisce la fattoria biodinamica: le vacche grigie tirolesi pascolano tra i filari, l'orto fornisce la cucina della tenuta e ogni settimana apre un mercato con formaggi, uova e prodotti appena raccolti. Ed Elisabetta? Oggi la trovate nel caseificio aziendale e, nel frattempo, ha fondato insieme ad alcuni amici Ampeleia in Maremma, dove prosegue la stessa filosofia su suolo toscano.

La montagna nel bicchiere
Il Campo Rotaliano è una particolarità geologica: una piana valliva incastonata tra vette di tremila metri, dove il torrente Noce ha depositato nel corso dei millenni sedimenti di calcare, porfido e gneiss. Di giorno le pareti rocciose riflettono il sole, di notte l'aria fresca di montagna scorre attraverso la valle. I vini portano in sé questo contrasto: violetta e more selvatiche incontrano l'ardesia bagnata e una mineralità quasi salina. Chi beve Foradori assapora le Dolomiti.





















