Aggiornato: Tutto ciò che riguarda la produzione, la storia, gli stili e il servizio è ora raccolto nella nostra pagina Orange Wine, con tutti i 64 Orange Wine disponibili.
C’è qualcosa di speciale negli Orange Wine che li rende una scelta affascinante in ogni stagione. Uniscono in modo unico la freschezza dei vini bianchi alla struttura dei vini rossi. Il colore intenso che un calice di Orange Wine esibisce può illuminare qualsiasi momento e creare un’atmosfera rilassante. Negli ultimi anni questi vini hanno conquistato un seguito in costante crescita, anche tra gli appassionati più scettici e tradizionalisti. Immergiamoci più a fondo in questa particolare tipologia di vino, che unisce culture e tradizioni enologiche. Forse lungo il cammino scopriremo qualcosa in più sul fascino di questi vini straordinari…
Le origini dell’Orange Wine
Il nome “Orange Wine” è stato utilizzato per la prima volta nel 2004 dal commerciante di vini David Harvey durante una degustazione di alcuni di essi in Italia. Può averli battezzati così, ma non li ha certo inventati, né l’Italia è il loro paese d’origine…

Innanzitutto, come si produce un Orange Wine? Il colore profondo e intenso nasce dal prolungato contatto con le bucce durante la macerazione delle uve bianche. In sostanza si utilizza lo stesso sistema impiegato per la vinificazione in rosso, ma con uve a bacca bianca. Il succo può rimanere a contatto con le bucce (e talvolta anche con i vinaccioli e persino i raspi) da una settimana fino a un anno. Questa variabile determina non solo l’intensità del colore (dovuta ai pigmenti), ma anche le sostanze estratte: aromi più o meno marcati e tannini delicati o granulosi.
Un altro aspetto fondamentale del processo di produzione degli Orange Wine è il contenitore in cui avviene la macerazione (e successivamente l’affinamento): probabilmente il più noto è il Qvevri, una sorta di grande anfora spesso interrata. (Qui potete approfondire le anfore.) I vignaioli possono tuttavia utilizzare anche botti di legno, serbatoi in acciaio inox, recipienti in cemento o in vetro… Nella maggior parte dei casi preferiscono contenitori aperti nella parte superiore, per poter spingere regolarmente verso il basso le bucce che galleggiano sulla superficie del mosto, prevenendo così problemi microbiologici.
Georgia: la patria dell’Orange Wine
Dopo aver già menzionato il Qvevri, è giunto il momento di viaggiare verso la regione universalmente riconosciuta come la patria degli Orange Wine: la Georgia. Non sottolineerò mai abbastanza quanto il vino sia legato alle trasformazioni sociali e politiche, e la storia vitivinicola della Georgia ne è l’esempio perfetto. La pratica di vinificare in questa regione, fermentando insieme uva, bucce e vinaccioli in Qvevri interrati per nove mesi, è attestata almeno dal 6000 a.C. La prima minaccia a questa grande tradizione fu rappresentata dagli immigrati tedeschi, che nel XIX secolo introdussero lo stile di vinificazione “europeo”.

In molti luoghi i Qvevri furono sostituiti da botti di legno e il classico contatto con le bucce per le uve bianche venne abbandonato. Ciò che però rischiò di cancellare quasi del tutto il patrimonio enologico della Georgia fu il dominio sovietico nel XX secolo. L’industrializzazione di ogni processo di vinificazione, volta a soddisfare la domanda dei consumatori, privilegiò la quantità a discapito della qualità. Della tradizione vitivinicola georgiana era rimasto ben poco. Fortunatamente, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila, alcuni stranieri scoprirono ancora qualche produttore che continuava ad applicare il metodo tradizionale.
Questo fu l’inizio di un movimento che trasformò un’altra regione dalla storia molto complessa in una sorta di “seconda patria” dei vini orange: il Friuli, in particolare la zona nota come Collio, e la sua “cugina” Goriška Brda sul versante sloveno. Ci vorrebbe un’intera newsletter solo per parlare della moltitudine di produttori di quest’area e del loro impatto sulla moderna produzione di vini orange. Per citarne solo due, Joško Gravner e Stanko Radikon resteranno probabilmente per sempre nella memoria per il loro contributo. Gravner e Radikon portarono le anfore georgiane in Friuli, diventando i nuovi profeti dei vini bianchi macerati sulle bucce.
Diventiamo orange!
I vini orange vengono oggi prodotti in molte altre regioni al di fuori dei loro paesi d’origine, Georgia e Nord Italia. Qui a Vini Vivi abbiamo selezionato due cantine dagli stili e dai risultati molto diversi, provenienti dalla Sicilia e dall’Austria. Vi mostreranno come questa antica tecnica si sia evoluta nel corso del tempo.
Marco de Bartoli, Sicilia
Marco de Bartoli è un nome che ricorre frequentemente non solo in questa newsletter, ma in ogni discussione sul vino siciliano. Provate un calice del suo iconico Vecchio Samperi a fine pasto, o magari un aperitivo con il suo Terzavia Cuvée VS leggermente ossidativo, e capirete immediatamente perché lo apprezziamo così tanto!
Ma oggi ci concentriamo sul suo Integer Grillo Sicilia, uno dei due vini orange prodotti dalla cantina. “Integer” è la parola latina per “intero”, “intatto” e rispecchia perfettamente la filosofia alla base di questo vino. L’Integer Grillo Sicilia DOC è ottenuto esclusivamente da uve Grillo, varietà autoctona siciliana proveniente dalla Contrada Samperi, un appezzamento di oltre 20 anni situato poco fuori Marsala. Il vigneto viene gestito con il minimo intervento possibile e lo stesso vale in cantina: fermentazione spontanea a contatto con le bucce in botti usate e anfore, seguita da dieci mesi di affinamento sui lieviti fini senza filtrazioni né chiarifiche.

Il risultato è una magnifica introduzione al mondo dei vini orange. Le note agrumate tipiche del Grillo sono seguite da scorza d’arancia essiccata e delicate sfumature ossidative. Al palato emergono tannini levigati derivanti dal contatto con le bucce, che creano la trama per (ancora) alcune fresche note agrumate, una piacevole amarezza e una spiccata sapidità.
Consigliamo di servirlo tra i 13° e i 16°, in abbinamento a piatti ricchi di sapore.
Heinrich, Burgenland
Spostiamoci in Austria: Heinrich è un nome piuttosto noto nel movimento dei vini naturali e una cantina che ha scosso il panorama enologico austriaco.

“Scuotere” è proprio ciò che propongono con il loro Muskat Freyhei… è scritto sul retro della bottiglia, potete verificarlo facilmente! Un esempio completamente diverso di vino orange, in qualche modo all’estremo opposto dello spettro rispetto all’Integer Grillo. Il Muskat Freyheit si presenta nel calice con un giallo luminoso e torbido. Il colore è dovuto in parte ai 15 giorni di macerazione sulle bucce e in parte alla scelta di imbottigliarlo senza filtrazione (agitate la bottiglia per smuovere i sedimenti e ottenere un’esperienza più equilibrata lungo tutto il vino). Tra la fermentazione sulle bucce e l’imbottigliamento, il vino trascorre nove mesi in anfora.
I vigneti sono condotti secondo i principi della biodinamica e le uve vengono raccolte a mano. Come per de Bartoli, ritroviamo qui la scelta di un intervento minimo in ogni fase del processo.
In questo caso, la leggera struttura tannica derivante dal contatto con le bucce integra in modo ideale l’acidità fresca e perfettamente amalgamata. Se al naso si apre un meraviglioso bouquet di fiori bianchi (gelsomino, tiglio, orchidea…), al palato il vino si rivela pulito e fresco, con un finale lungo e persistente su note agrumate e speziate. Sbizzarritevi negli abbinamenti: è un vino che ben si presta a una cucina sperimentale!
Buona scoperta di questa entusiasmante nuova antica tonalità del vino.
Trovate qui l’intera selezione di Orange Wine
di Vini Vivi
Testo: Jonathan Gobbi
Crediti fotografici:
Bottiglia Matassa: Mitya Taits
Monastero di Shavnabada: Di Paata Vardanashvili da Tbilisi, Georgia – Shavnabada, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3239201
Gernot Heinrich: Weingut Heinrich
